Libertà di scelta educativa: il diritto fondamentale per la ripresa dell’Italia

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Se nella città, in cui abito, le scuole pubbliche funzionassero male, e vi fossero scuole private che funzionassero meglio, io vorrei essere pienamente libero di mandare i miei figli a studiare dove meglio mi aggrada. Lo Stato ha il dovere di educare bene i miei figli, se io voglio servirmi delle sue scuole. Non ha il diritto di impormi le sue scuole, anche se i miei figli saranno educati male.”
“Io non credo che la scuola pubblica avrebbe molto da guadagnare dalla scomparsa della scuola privata. Questa può essere un utile campo di esperimenti pedagogici, rappresentare sempre un pungiglione ai fianchi della scuola pubblica, e obbligare a perfezionarsi, senza tregua, se non vuole essere vinta o sopraffatta”
di Gaetano Salvemini

Con il nuovo anno diamo avvio alla pubblicazione di alcuni articoli per rilanciare l’urgenza di attuare nel nostro paese la piena libertà di scelta educativa: si tratta dell’innesco fondamentale per la ripresa culturale e valoriale e per la realizzazione di un sistema scolastico di qualità a livello europeo. In molti paesi europei – escluse Italia e Grecia – la possibilità di scegliere la scuola dei figli è riconosciuta dallo stato in varie forme come un diritto per i genitori e la chiave di volta per il benessere e lo sviluppo economico della società. Cercheremo un po’ per volta di analizzare la questione nei suoi vari aspetti con l’ausilio di vari contributi.

Per la Costituzione Italiana a tutti i cittadini va garantito il diritto alla libertà di scelta educativa (art. 30) e sulla carta – per la Legge 62 del 2000 – un genitore può scegliere la scuola pubblica che desidera, statale o paritaria. La Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, articolo 26, afferma che i genitori “hanno diritto di priorità nella scelta di istruzione da impartire ai loro figli”. Stesso concetto è stato ripreso dalla Convenzione Europea (1950), dall’Unesco (1966), e dalla Comunità Europea (1984).

Ma in Italia in realtà il cittadino poco abbiente deve pagare, quindi non è libero. La scuola pubblica paritaria – solo in Italia (e in Grecia) – ha un costo troppo alto per le tasche dei poveri: tasse per lo Stato e retta salata per la scuola. E il cittadino povero non può scegliere dove educare il proprio figlio e i diritti educativi delle famiglie sono calpestati. Due i richiami fatti all’Italia da parte dell’Unione Europea rimasti flatus vocis. Eppure anche nella laicissima Francia le rette delle scuole “non statali” sono bassissime, a motivo dei finanziamenti ricevuti anche dalle amministrazioni locali. A dimostrazione del fatto che chi difende la scuola libera non è contrario alla scuola di Stato: è semplicemente contrario al monopolio statale nella gestione della scuola. E questa non è un’idea di  biechi e ricchi conservatori di destra o di bacchettoni.

In Italia ogni studente della scuola pubblica statale riceve (cioè costa a noi contribuenti) circa 7.000 euro all’anno; lo studente della scuola pubblica paritaria primaria riceve circa 450 euro.

Sorge spontanea una domanda: ma tutti quei soldi spesi per la scuola pubblica statale portano al miglioramento dell’apprendimento delle nuove generazioni di italiani? Risposta: secondo i test PISA 2015, l’Italia si colloca al 23° posto per le abilità scientifiche e al 24° posto per le abilità di lettura. Cattiva gestione delle risorse dello Stato, dunque, a spese del contribuente. La mancanza di libertà e di confronto, e quindi il regime di monopolio nella cultura e nell’educazione, evidentemente, non pagano mai.

Lo Stato non può reggere finanziamenti aggiuntivi per la scuola. Proprio per questo motivo la soluzione, per evitare il tracollo della scuola pubblica, sia statale che paritaria, ed uscire da un regime educativo monopolistico è il costo standard di sostenibilità per allievo.

Come è stato dimostrato dati alla mano, in maniera ampia e argomentata [1], è necessario porre al centro lo studente, individuando un costo standard di sostenibilità (declinabile in convenzioni, detrazioni, buono scuola, voucher, ecc.) da applicare ad ogni allievo della scuola pubblica italiana, sia statale che paritaria, compresa nel Sistema Nazionale di Istruzione. Come dire che il finanziamento spetta all’allievo e alla famiglia e, di conseguenza, è assegnato alle scuole pubbliche – statali o paritarie – in quanto servizio scelto dalla famiglia stessa.

In questo modo si realizzerebbe la libertà di scelta educativa non soltanto a costo zero, ma con un miglioramento dell’offerta educativa. Si riconoscerebbe concretamente senza più discriminazioni la titolarità, in ambito educativo e formativo della persona e della famiglia accrescendo il potere della domanda rispetto all’offerta scolastica, in una pluralità di offerta formativa pubblica e garantita, che può essere, come per la Sanità, a gestione statale o non statale. Ricordiamoci infatti che “pubblico” non è sinonimo di “statale”.

Il costo standard, riconosciuto come “quota capitaria” spettante all’alunno e alle famiglie, che poi lo assegnano alla scuola prescelta, si fonda sul diritto inviolabile della libertà di scelta educativa.

Oggi la scuola libera in Italia è libera solo di morire. Se non si invertirà completamente la rotta l’esito sarà il disastro. E il regime.

[1] A.M. Alfieri – M. Grumo – M.C. Parola, Il diritto di apprendere. Nuove linee di investimento per un sistema integrato, Giappichelli, Torino 2015.

 

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