La scuola: tra paradigmi da cambiare e un salto da spiccare

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Emergenza educativa: una espressione che sempre più spesso viene utilizzata per sottolineare le difficoltà che vivono gli ambienti come la scuola in cui le diverse generazioni si incontrano e dove, appunto, lo scambio generazionale appare sempre più in crisi.

Riportiamo un estratto di un contributo di Davide Rondoni, che in poche righe accende la luce dei riflettori su alcuni aspetti che effettivamente dovrebbero essere messi maggiormente a fuoco: la crisi di civiltà e il depauperamento dell’autorità, il logorato rapporto scuola-famiglia, gli obiettivi della formazione scolastica e la noia dei ragazzi.

Eppure impetuosa e buona è la giovane fame di vita
di Davide Rondoni – Avvenire del 24/07/2018
I nostri ragazzini sono la bomba su cui siamo seduti. Così scrivevo oltre 15 anni fa iniziando la collaborazione da strano poeta editorialista su queste colonne. Già allora si parlava di emergenza educativa, ricordando avvertimenti di Gramsci e prima ancora del poeta Péguy: «Le crisi di insegnamento sono crisi di civiltà». Non si volle guardare al problema. La bomba sta esplodendo. Ne siamo tutti colpevoli. Media, intellettuali, politici, genitori, insegnanti. Molti purtroppo pensano ancora che il problema educativo si possa affrontare senza cambiare se non qualche procedura o con qualche richiamo retorico.
A seguito dei fatti di cronaca di questi giorni si è acceso un dibattito spesso surreale, volto più a individuare colpevoli e scambiarsi accuse. Mentre è un problema epocale, e riguarda tutti. Che una cosa succeda a scuola indica ovviamente che i primi a dover cambiare sono gli attori della scuola, ma la scuola per come è attuata è frutto di un paradigma culturale che non nasce lì dentro, ma nella parte intellettuale e politica. Si vede una crisi di paradigma, ovvero dei fondamenti stessi su cui la nostra scuola si costituisce.
[…] due cose sole sembrano non cambiare: la scuola e il festival di Sanremo. Gli assetti fondamentali su cui questa scuola poggia sono, innanzitutto, la assunzione quasi totalitaria dello Stato come agente educativo, non sempre davvero insieme alle famiglie. In secondo luogo, l’idea che la cultura e la formazione passino attraverso una enciclopedia di competenze che nei programmi scolastici trova contenitore e metodo. Infine che la scuola debba formare al lavoro, cioè segua i peraltro flessibili orientamenti dei mercati e delle professioni.
[…] Occorre un nuovo paradigma educativo. Abbiamo delegato alla scuola, ad esempio, d’esser quasi l’unico luogo in cui avviene l’incontro tra ragazzi e adulti, dentro uno schema alunno-insegnante (impiegato dello Stato, spesso mal pagato) che non è forse il piú valorizzante.
Abbiamo piegato la scuola a essere solo ‘abilitante’ invece che educatrice perché questo comporterebbe scomode discussioni intorno al problema della autorevolezza. Abbiamo tutti chiuso i nostri ragazzi (che non sono di fine Ottocento o degli anni 50) in edifici spesso orridi per cinque-sei ore al giorno perché altrimenti non si saprebbe come impegnarli.
I segni di sofferenza non sono tanto e solo nei fenomeni odiosi di bullismo, ma in atteggiamenti diffusi di noia, di formalismo, di difficile collaborazione tra adulti, di schematismi assurdi. Occorre mettersi tutti più a ‘rischio’ dinanzi alla domanda impetuosa di bene e alla fame di vita dei ragazzi. E occorre dunque bere a nuove fonti per scardinare ciò che ha generato un disagio tenuto chiuso come in una pentola a pressione.

Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. Le evidenze in neretto sono state inserite da noi.

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