Emilia Romagna: una legge contro le discriminazioni che discrimina la libertà di educazione e pensiero?

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Nella notte del 27 luglio scorso, con una seduta record di 40 ore, la regione Emilia Romagna ha approvato la “Legge Regionale contro le discriminazioni e le violenze determinate dall’orientamento sessuale o dall’identità di genere”, nota da principio come legge contro l’omotransnegatività, neologismo ambiguo che già rendeva evidente il carattere ideologico della legge; termine fortunatamente poi eliminato, così come lo scivolosissimo riferimento alle discriminazioni “potenziali” e insieme ad alcuni altri cambiamenti resi possibili grazie agli emendamenti proposti dalla stessa maggioranza in commissione.

Come associazione di genitori non possiamo che apprezzare l’inserimento nel testo del riferimento all’Articolo 26 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e all’art.30 della nostra Costituzione che ribadiscono la centralità del diritto di scelta educativa che è riconosciuto in capo ai genitori, non alla scuola, né alle istituzioni.

Tuttavia tale riferimento non ci sembra particolarmente incisivo e rassicurante.

Recita l’articolo 3 del testo approvato: “1. La Regione, nell’ambito delle proprie competenze, in collaborazione con l’Ufficio Scolastico Regionale, le agenzie educative del territorio e le associazioni, sostiene la promozione di attività di formazione e aggiornamento del personale docente diretta a favorire inclusione sociale, superamento degli stereotipi discriminatori, prevenzione del bullismo e cyberbullismo motivato dall’orientamento sessuale o dall’identità di genere, sostenendo progettualità le cui modalità assicurino il dovere e diritto dei genitori di educare la prole, ai sensi dell’articolo 26 della Dichiarazione universale dei diritti umani e dell’articolo 30 della Costituzione. A tale scopo la Regione valorizza la pluralità delle metodologie di intervento per garantire un’effettiva libertà di scelta.

La prima osservazione riguarda il discorso degli “stereotipi discriminatori”. Il concetto di stereotipo è sempre vago in sé: sempre più spesso dire che “un bambino ha bisogno di una mamma e di un papà” è considerato uno stereotipo – e per di più discriminante nei confronti delle persone omosessuali – nonostante la scienza affermi il contrario. Le scienze psicopedagogiche dissentono anche sulla fondatezza dell’uso indiscriminato del c.d. metodo della “decostruzione degli stereotipi” in età evolutiva.

Quindi ci chiediamo: chi sarà preposto a giudicare cosa sia uno stereotipo da superare o a quale fascia di età imporre questo approccio “educativo” così controverso?  Dubbi analoghi si possono applicare al discorso dell’”inclusione sociale”: con questo termine si dovrà intendere d’obbligo l’accettazione di famiglie con “due papà” (in cui quindi viene esclusa la figura materna) o di “due mamme” (in cui viene esclusa quella paterna)? Ciò va considerato ad esempio in riferimento al riconoscimento legale dell’iscrizione all’anagrafe di chi ricorre all’utero in affitto all’estero o alla fecondazione eterologa per coppie di donne. E’ una sottigliezza che potrebbe non figurare tra le forme della promozione dell’utero in affitto – sanzionata dalla legge italiana – ma che di fatto porta a normalizzare indiscriminatamente e senza possibilità di dissenso le “nuove famiglie”, oppure l’affido o l’adozione a nuclei omosessuali.

Non si capisce nemmeno per quale motivo la “prevenzione del bullismo e cyberbullismo” debba essere perseguita solo o in primo luogo se “motivato dall’orientamento sessuale o dall’identità di genere”; come se si stabilisse un trattamento differenziato tra le forme di bullismo che i nostri giovani possono subire.

Veniamo a quelle che dovrebbero essere nel testo forme di tutela per le famiglie: “sostenendo progettualità le cui modalità assicurino il dovere e diritto dei genitori di educare la prole…”. Qui sembra che l’unica tutela ammessa per la famiglia riguardi la modalità con cui vengono effettuate le progettualità: nessun riferimento alla libertà di scelta, se non per “la pluralità delle metodologie di intervento”.

Quindi la scelta sembra essere ammessa solo per quanto riguarda le modalità e non i contenuti delle attività, per i quali si darebbe scontata l’adesione da parte dei genitori. Il loro diritto – dovere di educare tra l’altro sembra riconosciuto solo a patto essi siano sempre e comunque d’accordo sui temi proposti.

Infine va notato che gli interventi della regione sono diretti principalmente alla formazione deli docenti, il che renderà ancora più difficile per i genitori un controllo sui contenuti trasmessi in aula.

In poche parole: in un sistema scolastico come il nostro che  già mette ai margini i genitori, negando loro la libera scelta degli insegnanti e del modello educativo per i propri figli, essendo la scuola a monopolio statale – salvo per chi può pagare rette salatissime in istituti paritari sostenuti da sempre minori aiuti pubblici – si imporranno a causa di questa legge a milioni di genitori insegnamenti nel migliore dei casi controversi, o divisivi: ideologici, infondati e pericolosi per I bambini, nel resto degli altri.

Al contrario, non solo non ci può essere alcuna forma efficace di educazione civica senza il coinvolgimento pieno delle famiglie, ma i temi educativi devono sempre essere in toto rispettosi delle loro scelte culturali e pedagogiche.

In conclusione, come genitori riteniamo che con questa legge la regione Emilia Romagna abbia minato seriamente la libertà educativa dei genitori, ma anche la libertà di insegnamento dei docenti. Invece di accogliere e sostenere le famiglie, ha istituito un sistema dal quale le famiglie dovranno difendersi dalla scuola e dalle istituzioni da cui si dovrebbero sentire protette.

Il riferimento all’Art.26 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’uomo e all’Art.30 della Costituzione sono un riferimento importante e potranno essere di aiuto per la tutela dei diritti dei genitori, ma di fatto solo nella misura in cui sarà garantita dalle Istituzioni e aumenterà la presenza e l’impegno da parte dei genitori nella scuola e nella società civile, e la loro capacità  critica di opporsi ad una scuola di stato che a volte può diventare ostile – in forza della  burocrazia o di appoggi istituzionali – anziché promuovere quell’alleanza educativa tra famiglia e scuola fondamentale per il benessere dei giovani e per il pluralismo della scuola pubblica.

Ora più di prima è necessario impegnarsi attivamente per diffondere la cultura del consenso informato previo e del coinvolgimento dei genitori nella progettazione della scuola, per incoraggiarli a partire da qui a riprendere in mano tutto il loro fondamentale ruolo educativo.

Non per il solo bene dei singoli, ma per il bene comune di tutta la collettività.

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