Identità plastiche ma non “di carta” per resistere ai terremoti della vita

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Ci fornisce nuovi spunti di riflessione la rubrica del prof. D’Avenia (link) tra interessanti citazioni di serie tv che vanno per la maggiore oggi (come la “Casa di carta”, vedi foto) e approfondimenti illuminanti sulla strutturazione dell’io e sull’impatto dei ruoli nella formazione dell’identità: l’identità pur restando “plastica” non può permettersi di essere fatta “di carta”, né tantomeno liquida, come il pensiero main-stream intende suggerirci possibile e a volte desiderabile.

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Oggi si parla molto di poter scegliere e cambiare la propria identità a piacimento, come punto di arrivo di una libertà totale. Credo che questo, invece di renderci più liberi, ci renda più manipolabili e soggetti a dipendenze: chi non sa chi è ha bisogno di farselo dire da altri, adeguandosi a situazioni e aspettative, in una specie di sindrome di Korsakov esistenziale. Al contrario di Ulisse rischiamo di essere Nessuno e di doverci inventare tanti “Qualcuno” per non sparire. Giocare a fare i grandi quando si è bambini, e poi elaborare la propria identità da adolescenti, sono modi di esplorare il mondo e se stessi, proprio di chi, essendo in formazione, cerca la forma della vita. Ma da adulti non è libero né maturo chi è informe, lo è invece chi possiede un’identità narrativa, cioè dinamica, che non comporta un irrigidimento incompatibile con il nostro essere nel tempo, ma non è per questo liquida, fittizia o sperimentale. L’identità narrativa è una struttura antisismica, capace di accogliere i terremoti della vita e farli propri: più è profonda ed elastica, più è resistente. La nostra identità è elaborata grazie ai ruoli che riceviamo o assumiamo in rapporto al mondo e agli altri, l’io profondo li accoglie e unifica dentro di sé per strutturarsi con sempre maggiore naturalezza, senza per questo doversi reinventare nelle varie circostanze come il paziente smemorato di Sacks. L’identità non coincide con i ruoli, anche se i ruoli la strutturano: io posso dire che “faccio l’insegnante” e quindi anche che “sono insegnante”, ma se smettessi di insegnare non cesserei di essere “io”, perché la mia identità è più in profondità rispetto a ciò che faccio, cosa che mi difende dal dare valore alla mia vita in base alle prestazioni o ai ruoli. La vita mostra il suo valore proprio quando è nuda.

Qual è allora il fondamento della continuità dell’io, il filo della fedeltà a se stessi? Che cosa mi consente di dire “io sono io”? La donna della lettera rinviene la sua continuità con l’adolescente battagliera aperta al futuro, una continuità che si è strutturata grazie agli studi, alla cecità, alla maternità, che ha saputo interiorizzare. Non si è disciolta nei ruoli o nelle situazioni, proprio perché lei vive più in profondità. Ricordo un conoscente, talmente identificato con la sua professione, che, venuto meno il ruolo, era smarrito, come se smarrita fosse la sua stessa identità: non aveva più niente da raccontare. Non c’era il sé profondo, disperso in io provvisori, tenuti su da impalcature che la vita con i suoi terremoti spesso spazza via. Il sé profondo è un racconto che emerge nei momenti di silenzio o in quelli dedicati alle relazioni essenziali: vita interiore e relazioni vere (di famiglia, d’amore e d’amicizia) ci garantiscono la continuità narrativa e ci riparano dall’io-prestazionale. Chi ci dice “ti amo” o “ti voglio bene”, ci dice “vai bene così”, a prescindere da ciò che fai o appari, e ci riconnette a noi stessi. Vita interiore e relazioni sane strutturano il sé, come accade alla donna che ascolta un libro, nella quiete di un parco, dalla voce di chi la ama. Si riconnette al sé protagonista dell’intera storia, e si riconosce fedele a se stessa, e trova pace. Qualcosa che a volte accadeva persino al paziente di Sacks: “tutti i nostri sforzi per «ri-connettere» William falliscono, o addirittura accrescono la sua urgenza di confabulare. Ma quando lo lasciamo tranquillo, a volte va a passeggiare nel giardino che circonda la clinica, e lì ritrova la pace. La presenza degli altri lo costringe a un vero e proprio delirio di creazione e ricerca di una identità; la presenza delle piante, la quiete del giardino, con il suo ordine, fanno sì che il delirio d’identità possa placarsi, offrendogli (su un piano sottostante o trascendente) una profonda comunione con la Natura stessa, e con questo gli restituiscono il senso di essere nel mondo, di essere reale”.

Quell’essere reali impossibile ai personaggi della fortunata serie La casa di carta: prigionieri e banditi indossano tutti la medesima tuta rossa e una sardonica maschera di Dalì. Non è più possibile attribuire un’identità a nessuno, sequestrati e sequestratori sono ridotti a maschere che impediscono alla polizia di intervenire. Il letto da rifare di oggi è quello della nostra identità narrativa. Quale storia possiamo raccontare a noi e al mondo? A cosa corrisponde il nostro io antisismico? A maschere che ci impediscono di essere fedeli a noi stessi e agli altri di riconoscerci? Prima o poi le maschere cadranno e la vita nuda chiederà il conto, anzi chiederà il racconto. A ciascuno il suo.

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