“Gender” a scuola: il no arriva direttamente dagli insegnanti

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Riportiamo un interessante articolo pubblicato oggi da “La Verità“, che accende i riflettori sulle iniziative che a scuola procedono spedite nel campo della cosiddetta educazione di genere: formazione degli insegnanti di asilo e materna, stereotipi da decostruire e linguaggio “sessista”; il tutto con le connessioni tra il Comune di Roma, i bandi, le associazioni filo-lgbt, l’Unar e la facoltà di Psicologia della Sapienza di Roma.

Attraverso il genere si possono decostruire modelli e stereotipi basati su pregiudizi derivanti da una considerazione rigidamente binaria e basata sul sesso biologico di ruoli, comportamenti e capacità”; e ancora “il genere, dall’inglese gender, consente di scoprire in che modo l’organizzazione sociale delle relazioni tra sessi abbia dato una rigida attribuzione dei ruoli sessuali”. Le cervellotiche elucubrazioni mentali appena citate non sono tratte da qualche libretto di propaganda lgbt o da un manifesto di un movimento femminista. Queste affermazioni sono apparse sulle slide proiettate nei corsi di aggiornamento per le maestre delle scuole dell’infanzia del Comune di Roma, tenutisi le scorse settimane.

Insegnati dei nidi e delle materne si sono subite la lezioncina sul gender a spese dei contribuenti, con il malcelato obiettivo di far arrivare nelle scuole le nuove colonizzazioni ideologiche attraverso la formazione personale scolastico dipendente dalle amministrazioni locali, visto che, a livello nazionale, il tentativo di indottrinare direttamente gli studenti è fallito dopo che linee guida contro le discriminazioni di genere sono state chiuse in un cassetto del Ministero dell’Istruzione per non creare ulteriori polemiche, in seguito alle proteste delle associazioni familiari.

Fatto sta che ora a ribellarsi sono le maestre. Animate dal quel buonsenso che possiede solo chi vive e insegna il rispetto senza avere secondi fini, durante il corso alcune di loro hanno fotografato con i cellulari le slide incriminate, che sono poi arrivate nelle mani della Verità tramite le segnalazioni raccolte dalle associazioni scolastiche Articolo 26 e Non si tocca la famiglia, entrambe componenti del direttorio del Family day.

Le maestre raccontano che la promozione di alcuni percorsi didattici avevano tutte le sembianze di una vera e propria rieducazione culturale da far invidia ai lavaggi del cervello di epoca sovietica. Le educatrici riferiscono che hanno persino consigliato loro di evitare che le femmine indossino grembiuli rosa e i maschi grembiuli azzurri al fine di non alimentare una divisione stereotipata dei generi. Ma la summa di tutto questo pensiero teso a plasmare i nuovi docenti del politicamente corretto è nelle suddette slide di cui siamo venuti in possesso.

Una di queste, dal titolo “Linguaggio sessuato…perché?”, è completamente dedicata all’introduzione al nuovo lessico dagli accenti boldriniani che libererà le bambine dal giogo maschile. Si legge quindi che “l’uso del linguaggio sessuato contribuisce al rinnovamento culturale necessario a restituire pari dignità e pari diritti di cittadinanza” e di conseguenza “un bambino abituato a ad utilizzare il maschile come comprensivo del femminile apprende e interiorizza che esiste un sesso dominante […] e tale percezione andrà nelle direzione di tutte le conseguenze che può portare”. Quali sono gli esiti di questo ragionamento? Sempre secondo i nuovi riformatori del lessico “una bambina abituata a non sentire nominare il proprio sesso, ma ad essere compresa in quello maschile apprende ed interiorizza di far parte di un genere secondario e la sua progettualità avverrà di conseguenza”.

Ecco dunque emergere tutte le contraddizioni di queste teorie prive di alcuna base scientifica: si nega “binarietà dei sessi” presentandola come uno stereotipo culturale e si additano i grembiuli di colori diversi come gabbie dell’apartheid ma, allo stesso tempo, si esorta a stravolgere le desinenze di genere dei vocaboli per evitare che una bambina non rinunci ai suoi sogni professionali. Anzitutto viene da chiedersi se le menti che hanno elaborato queste strategie stessero tenendo conto che le maestre delle scuole comunali si rivolgono a bambini che vanno dai pochi mesi del nido a cinque anni dell’ultimo anno della materna. Bimbi che con la loro innocenza e semplicità non posso certamente “interiorizzare prevaricazioni” in un termine declinato al maschile, soprattutto se questa è la forma corretta per pronuncialo.

Malgrado decine di ricerche evidenziano i pericoli derivanti dalla decostruzione dei riferimenti antropologici maschili e femminili (azione che mortifica e confonde il bambino e non arricchisce le differenze) queste speculazioni ideologiche continuano ad essere spacciate a piene mani in ambiente scolastico. Celandosi dietro il nobile scopo di combattere il bullismo e le discriminazioni si insegna al piccolo alunno che il sesso biologico di nascita è solo una delle tante varianti di genere a cui si può aderire fin dai primi anni di vita. In pratica si confonde strumentalmente l’obiettivo con il metodo.

Ma come è possibile che idee maturate nell’ambienti del femminismo più estremo e attivismo radicale lgbt abbiano già oltrepassato le soglie degli asili nido? Nulla avviene a caso e la mano di questi ideologi è rintracciabile sfogliando qualche carta del comune di Roma e dell’ormai famigerato Unar, l’ufficio anti discriminazioni raziali finito nella bufera per l’inchiesta delle Iene sui finanziamenti governativi alle rete Anddos (associazione nazionale contro le discriminazioni da orientamento sessuale), che conta decine di circoli ricreativi affiliati nei quali avvengono orge e prostituzione omosessuale.

La brochure del Modello educativo delle scuole dell’infanzia di Roma Capitale evidenzia che l’Assessorato alla Scuola ha affidato la cura della parte scientifica del testo al dipartimento di Psicologia dei processi di sviluppo della Sapienza di Roma. Fra i nomi appaiano quelli di Emma Baumgartner e Roberto Baiocco, due professori notoriamente vicini alle istanze lgbt. Baiocco dal 2010 dirige il Servizio Clinico e di Ricerca 6 come sei sugli orientamenti sessuali, il suo attivismo lo ha portato a partecipare a diversi convegni in cui erano presenti anche esponenti delle realtà pro family Articolo 26 e Non si tocca la famiglia, i quali raccontano aver sentito alcune sue affermazioni da mettere i brividi. Il giovane professore associato sostenne infatti in alcune occasioni pubbliche che andrebbe rivisto il mito fondativo della maternità e che le donne darebbero il loro utero in affitto per sentire gli effetti benefici della gravidanza.

Sui programmi di formazione del comune di Roma c’è anche la firma di Vittorio Lingiardi, altro importante docente della cattedra di Psicologia della Sapienza che già nel 2014 aveva curato lecosecambiano@roma, controverso progetto contro l’omofobia nelle scuole superiori della capitale. Il prof. Lingiardi risulta inoltre essere un componente del comitato scientifico del portale nazionale lgbt.

Insomma il dipartimento di psicologia della prima università romana sembra essere il  santuario delle nuove teorie gender e del movimentismo lgbt. Che questa non sia una mera illazione è confermato dal fatto che esponenti di Anddos – l’associazione oggetto dell’inchiesta delle Iene – abbiano più volte affermato che la Sapienza è all’avanguardia in Italia per quanto riguarda gli studi di genere. Inoltre Anddos ha recentemente vinto un bando dell’Unar per l’attività 2017, partecipando con il progetto Accompagnamoci  per l’inclusione delle identità sessuali e il contrasto alle discriminazioni multiple. Nella scheda del progetto, che ha un costo totale di 74.680, è messo in evidenza anche l’elenco dei Partner coinvolti, il primo dei quali è proprio Dipartimento di Psicologia dei processi di Sviluppo e Socializzazione della Sapienza Università di Roma.

Fra le altre cose il progetto, che mira a potenziare i Centri di Ascolto e Antiviolenza Anddos, strutture gratuite di ascolto e di aiuto già presenti in cinque sedi in tutta Italia, cita strumentalmente i dati ISTAT, parlando di 3 milioni di persone lgbt che necessitano di supporto, quando nelle ultime ricerche Istat del 2012 sono un milione gli italiani che si sino dichiarati omosessuali o bisessuali.

Ad ogni modo la collaborazione tra Anddos e la Sapienza è pienamente legittima e anche alla luce del sole, ma unendo tutti i puntini sul foglio appare un quadro di egemonia culturale all’interno dei percorsi formativi e di sensibilizzazione, e non solo nel Comune di Roma. Secondo le linee guida del comma 16 della riforma la buona scuola saranno infatti solo le associazioni accreditate all’Unar a fare attività di sensibilizzazione nelle scuole, e il ministero dell’Istruzione ha già affidato a 29 associazioni lgbt il compito di stilare la strategia educativa nazionale contro le discriminazioni. L’unico modo per educare al rispetto sarà dunque quello proposto dai movimenti che rappresentano una minoranza del mondo gay.

Per questo motivo le associazioni della galassia vicina al Family day continuano a chiedere al ministro Valeria Fedeli che sia garantito il pluralismo su tutti i tavoli ministeriali. Le famiglie sono sul piede di guerra e non si escludono importanti iniziative di protesta.

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