Dalla continuità triennale alla “girandola” dei docenti: una criticità per alunni e famiglie

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Il tema della “stabilità” della permanenza dei docenti nella stessa sede di lavoro sta diventando una criticità per studenti e famiglie: approfondiamo con un articolo tratto da “Nuova Secondaria” – Mensile di cultura, ricerca pedagogica e orientamenti didattici.

Il carosello dei docenti tradisce la fiducia dei genitori
Quest’anno due milioni e mezzo (25% circa) di studenti hanno avuto almeno un docente nuovo in cattedra, centomila alunni con disabilità (43%) hanno cambiato docente. Il prossimo anno si replica, grazie all’accordo tra MIUR e sindacati, che supera (!) la legge vigente che, al contrario, impone ai docenti la continuità triennale di permanenza nella stessa sede.
Questa è la notizia che lascia sbalorditi i genitori, delusi da una scuola che tradisce le loro aspettative, contraddicendo vistosamente i valori educativi che esalta a parole. È evidente come la vorticosa mobilità dei docenti contraddice e vanifica gran parte degli elementi costitutivi della “scuola che sia buona davvero”.
Le relazioni tra docenti e ragazzi, genitori e colleghi si fanno precarie, provvisorie, superficiali.
La progettazione dell’offerta resta per lo più confinata sulla carta, per il cambio continuo degli operatori, diversi per capacità e convinzioni didattiche. Gli apprendimenti risultano spesso insoddisfacenti per i ragazzi e inadeguati per il proseguimento degli studi.
La valutazione degli allievi appare per lo più improvvisata e scarsamente documentata.
Per non parlare del sostegno ai disabili reso in molti casi discontinuo e inconsistente per il numeroso alternarsi di titolari, supplenti e “aventi diritto”.
Bisogna dire che i diritti dei ragazzi sono considerati dei “derivati” rispetto ai prioritari diritti dei docenti.
Neppure le leggi sono state in grado di salvaguardare la continuità educativa e la qualità del servizio scolastico.
Gli interessi forti delle corporazioni e dei partiti hanno messo in forse persino i principi di legalità e di giustizia.
Infatti quando le normative hanno tentato di limitare la mobilità dei docenti i sindacati sono riusciti a vanificarle.
Negli anni ’70 era obbligatorio per i docenti essere residenti nelle sedi di servizio, ma gradualmente tale dovere è stato annullato.
Negli anni ’80 la legge 392/1981 “vietava i movimenti di personale docente dopo il ventesimo giorno dall’inizio dell’anno scolastico”, ma questi hanno continuato a muoversi di sede per la gran parte dell’anno. Nel 2004 un D.Lgs. stabiliva che il miglioramento dei processi e la continuità didattica fossero assicurati anche “attraverso la permanenza dei docenti nella sede di titolarità almeno per il tempo corrispondente al periodo didattico” ma questa disposizione fu “disapplicata(!)”con il cambio del Ministro.
La legge 106/2011 che riprovò a imporre “ai docenti di prima nomina di rimanere nella stessa provincia per almeno cinque anni”, fu corretta dopo pochi mesi dalla legge 128/2013 che portava la permanenza a tre anni.
La recente legge della 107/2015 ha confermato per i docenti “l’incarico di durata triennale in coerenza con il piano dell’offerta formativa” ma, cambiato il Governo, MIUR e sindacati hanno deciso che “viene superato(!) il blocco triennale per tutti”. Ai genitori non resta che prendere atto amaramente come la scuola esista per i ragazzi, ma non si faccia carico delle loro reali esigenze e dia la priorità alle garanzie lavorative degli operatori.
Ogni volta sindacati e Governo si scaricano reciprocamente le responsabilità, ma i danni dello scontro ricadono comunque sul terzo incolpevole e più debole: gli allievi e le loro famiglie. Non resta che una speranza per porre rimedio a questi stravolgimenti organizzativi e culturali: che i genitori, superando rassegnazione e sfiducia, sappiano mobilitarsi, numerosi e uniti, in favore dei ragazzi e dei loro diritti.
Giuseppe Richiedei

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